Sul referendum britannico

È facile a dirsi, gli Stati Uniti d’Europa. L’utopia di un’unica grande nazione, dove vivere sereni e paritari dopo mille anni di lotte, dopo un intero secolo di guerre, muri e cortine. Sembrava impossibile, ma pian piano si era riusciti a costruire qualcosa. Quasi si auspicò che dopo l’unione monetaria il resto seguisse velocemente. Ma non si era tenuto conto degli individualismi inglesi, tedeschi e francesi, del malgoverno italiano, delle speculazioni spagnole e dei trucchi della Grecia. Tutti acciacchi che il vento gelido americano della crisi economica fece affiorare all’improvviso.

Così la Giovine Europa, infante ammalata, si sorbì l’amara medicina dell’austerità economica e dopo mesi di convalescenza, sì scoprì nuda e tremante di fronte alle ondate migratorie. Fu impreparata nel coordinare un’azione efficace per prevenire la migrazione di interi popoli e quando si trattava ormai di accoglierli e integrarli, ecco l’astio intestino riaffiorare. Muri concreti e ideologici si alzarono. La demagogia galoppante, a cavallo dell’opinione che l’Unione Europea aveva fallito.

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